Ultima modifica: 9 febbraio 2018
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E il Tar insegna a una famiglia che la felicità non sta in un 10

Un segnale forte ed esemplare da parte della magistratura amministrativa.
Da leggere con attenzione.

In Sicilia due genitori hanno fatto ricorso al Tribunale Amministrativo perchè il figlio, promosso con 9, a loro avviso meritava 10.  Il TAR ha respinto il ricorso, condannando oltretutto la famiglia alle spese processuali.

«Come noto, la scuola, nel valutare la preparazione degli alunni, non applica scienze esatte che conducono ad un risultato certo ed univoco, come si verifica ad esempio nei casi di accertamento dell’altezza di un determinato candidato o del grado alcolico di una determinata sostanza – scrivono i giudici nella sentenza – ma formula un giudizio tecnico connotato da un fisiologico margine di opinabilità, per sconfessare il quale non è sufficiente evidenziare la mera non condivisibilità del giudizio, dovendosi piuttosto dimostrare la sua palese inattendibilità»: è questo il giudizio della prima sezione Tar presieduta da Calogero Ferlisi, con Aurora Lento, consigliere, estensore Roberto Valenti.

L’opinione di Alberto Pellai sulla faccenda:

A Canicattì una famiglia ha fatto ricorso al TAR perché il proprio figlio era stato licenziato dalla scuola media conseguendo la valutazione di 9. I genitori hanno chiesto la revisione di tutto l’ iter procedurale che ha portato a questa valutazione, convinti di avere un figlio da 10. Un punto in più, che probabilmente nella percezione di questa famiglia significa raggiungere lo status di perfezione assoluta. Ovvero vedere certificato il figlio come un numero 1.

Penso che lo stesso TAR si sia trovato per la prima volta di fronte ad un ricorso di questa natura. Di solito vi si rivolgono i genitori degli studenti bocciati che vogliono ottenere una promozione che purtroppo non è arrivata. In questo caso, invece, non è arrivato il massimo dei voti.

Questo caso di cronaca da una parte ci fa sorridere. Ci fa dire: “Che esagerati, quei due lì. Potevano anche accontentarsi”. Immagino i genitori i cui figli fanno fatica ad arrivare alla sufficienza come siano spiazzati da una mamma e un papà che non sanno apprezzare il 9 all’ esame di terza media del proprio figlio. ”Lo avessero dato a mio figlio quel 9, io avrei fatto festa per una settimana” avranno pensato in molti. E’ facile commentare in modo scherzoso una notizia che suona quasi come una barzelletta.

Ma dietro ad una notizia di questa natura c’ è molto di più e come specialista dell’ età evolutiva vorrei invitare tutti noi genitori a riflettere bene su che cosa ci sta succedendo in termini di aspettative che riversiamo sui nostri figli. Vogliamo tutti essere genitori di “numeri 1”. La seconda posizione ci sta stretta. Niente medaglie d’ argento o di bronzo nelle nostre famiglie: vogliamo tutti figli che salgano sul gradino più alto del podio.

Che cosa succede ai figli quando vedono, come in questo caso, i loro genitori combattere (fino a ricorrere al Tribunale)  per rivendicare i presunti diritti di “perfezione e merito assoluto” che, nella loro percezione, sono stati violati? Succede che i figli vanno in crisi e tanto. Perché cominciano a pensare che il loro valore dipende dai voti che prendono. E così un figlio non si pensa più come una persona che prende un voto a scuola, ma impara a pensare a se stesso identificandosi con il voto che prende. E’ questo ciò che il tredicenne ha imparato dalla reazione esagerata di mamma e papà. Immagino che estate terribile abbia passato il ragazzino di Canicatti, dopo aver scoperto che aveva preso 9 anziché 10 agli esami: avrà visto i suoi genitori arrabbiati, frustrati e accaniti, tutti intenti  a rivendicare giustizia contro la scuola, che da loro – d’ ora in avanti – sarà percepita come un nemico dal quale doversi difendere, anche a costo di carte bollate. Ma quel ragazzino a scuola ci dovrà  passare ancora molti anni. Ed è probabile che alle superiori  il suo curriculum non sarà sempre costellato di 10. Arriveranno anche i 9 e gli 8. A volte, anche delle insufficienze. E allora cosa dirà a se stesso questo ragazzo il giorno che dovrà portare a casa un 5 in matematica, dopo aver visto i suoi genitori diventare matti per un 9 all’ esame di terza media? Probabilmente si sentirà colpevole di procurare loro tanta infelicità, di non essere all’ altezza delle loro aspettative, di non riuscire a  essere ciò che avrebbe dovuto essere per renderli soddisfatti. Ed è qui che va per aria il meccanismo intorno al quale un ragazzo costruisce la propria autostima. Perché se l’ unico modo per avere valore è soddisfare l’ aspettativa di perfezione assoluta da parte di mamma e papà, beh ….. allora stare al mondo diventa un mestiere davvero molto molto difficile.

Perché noi siamo imperfetti, più che perfetti. E imparare ad avere una visione realistica e sana di noi significa integrare nella costruzione della nostra identità i nostri punti di forza e i nostri punti di debolezza. Io e Barbara Tamborini spieghiamo molto bene questi concetti all’ interno del nostro libro appena uscito Il metodo famiglia felice. Come allenare i figli alla vita” (De Agostini editore) che abbiamo scritto dopo aver constatato che l’ autostima di molti nostri figli comincia a deteriorarsi già in tenera età, quando si rendono conto che non riescono a stare al passo con le aspettative dei loro genitori, che da loro pretendono troppo. Per capirlo, basta stare ai bordi di un campetto di calcio, dove giocano le squadre dei pulcini: ci sono padri che urlano ai figli frasi irriferibili, spingendoli alle azioni estreme, come se in palio ci fosse la coppa del mondo. Basta andare ai colloqui con i docenti, dove ci sono genitori che si presentano con prospetti ultra-dettagliati dei voti dei figli, di cui hanno calcolato medie e mediane, al fine di contrattare il voto che verrà assegnato in pagella.

E mentre noi adulti pensiamo in questo modo di tutelarne la crescita non sapendo regolare nulla di noi e delle nostre aspettative, loro – i nostri figli – sono sempre più pieni di ansia e bisognosi di terapie per gli attacchi di panico. Chi lavora come psicoterapeuta, non ha mai avuto – come succede in questi anni – così tanti pazienti giovanissimo affetti da sindromi ansiose che vanno in crisi al pensiero che il giorno dopo potrebbero non prendere 10 nel compito in classe. “Lasciamoli anche sbagliare” mi verrebbe da dire. Benediciamo quelle volte in cui figli iper-perfetti tornano a casa con un brutto voto e vivono questa cosa come il peggiore dei fallimenti possibili. Impariamo a rispondere: “Nessuno è perfetto. Per fortuna che ogni tanto succede anche a te di fare qualche errore”. Saper dire con leggerezza frasi di questo tipo aiuta tutti a vivere meglio.

Non so cosa penseranno i genitori di Canicatti, ora che il TAR ha rifiutato la loro richiesta di revisione del voto del figlio. Secondo me, dovrebbero esserne felici. Visto che loro non ci sono riusciti,  ci ha pensato il TAR ad insegnare a questa famiglia che la felicità non sta scritta in un 10. Bensì è il risultato della capacità di sapersi accettare per quello che si è: pieni di meriti, ma anche di qualche difetto. Solo così si può guardare al futuro con la speranza di fare meglio – perché abbiamo ancora cose da imparare e migliorare rispetto a noi stessi – e non con l’ angoscia di fallire. Perché una volta che sei arrivato primo, dal giorno dopo l’ unica cosa che puoi fare è non perdere la posizione acquisita. E questo può fare stare male. Molto male.

Fonte “Famiglia Cristiana”

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